27/01/2012
IL RIFUGIO
Un lume, un rifugio.
Un approdo serale per essere insieme e raccontare la montagna.
Ogni alpinista ha una sua montagna, una risposta al mito, al richiamo, una cima dalla quale non scenderà mai; vi è salito in un giorno di gioia e di giovinezza, gli occhi sull’immensità rocciosa, ondulazioni aspre e chine di pascoli di camosci.
Tra le nebbie il mondo, laggiù, i suoi problemi, i suoi muri, le sue frontiere.
Qui la pazienza dei millenni, la saggezza dei silenzi.
L’ultimo sole è per le vette.
Le ombre salgono dal basso, così vicine, così lontane.
Ci si racconta di diedri, di lastroni levigati, di torri affilate, di spinte in fuori a schiena in giù alla ricerca dell’appiglio su cui stringere forte le dita della mano.
Il tramonto che arrossa a lungo le creste, la sera dorata dalle luci del rifugio, il comune sentimento che ci ha portato fin qui.
Il tempo corre rapido nella notte.
Il vino.
Se uno intona la “Montanara” o il “Bergvagabunden” cantano tutti, chi forte chi sommesso.
E il fumo nel focolare si fa denso, le finestre lacrimano e fuori incombe cupa la parete.
Silenzio.
Il respiro nelle stanze a sei, a dodici letti, i pagliericci per terra, si fa pesante.
Gli occhi bruciano dal sonno mentre si affaccia la luna sul balcone, quasi un saluto del “luminare piccolo per il governo della notte”.
Così la ricorda la Genesi nella pagina della creazione.
Fuori, sulle rocce allagate da quel pallore, la creazione sembra ieri.
Attesa di uno splendido mattino, le membra si perdono in spazi infiniti.
Dolce sonno mentre gli echi dei canti vanno a incontrare quelli lasciati dalla storia dell’uomo sull’alpe bellissima; attraversano speroni, solcano valli pietrose, penetrano luoghi di mistero dove, forse, vegliano ancora poetando alpinisti antichi.
Chissà che non ci siano rifugi del cielo dove guardare insieme da lontano, domani, le montagne del mondo per riascoltare la musica della primavera lasciata sulle cime.
haffner
11:09
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23/01/2012
LA GUERRA NELLE GIULIE
Quando a vespero salivano le ombre verso il rosso delle cime e la lotta si placava incominciava il lamento dei feriti a far lugubre la sera.
L’appello.
I silenzi.
Il compagno che risponde per lui: “Manca!”, “L’ho visto morire sul costone”.
La raccolta dei morti sotto le stelle, come un rito, fino al rischiarare dell’alba ed alle note del concerto nuovo delle artiglierie.
Lunghe notti di guardia, di attesa.
A volte le sentinelle erano così vicine che si parlavano.
- “Ehi! Italiano, Kamerad!”.
- “Ehi! Cecco Beppe!”.
- “Dimmi,italiano: cosa fa Cadorna, vincerà la guerra?”.
- “Merda!...”
La notte scende lenta sulla montagna.
Più è alta, più la chiarità del crepuscolo stenta a cedere all’aggressione delle ombre che salgono come onde d’un grigio cupo e angosciante.
Ma è di nuovo dolce la notte quando le stelle incominciano a gremire il cielo estivo, talune come fiaccole sulle creste.
Il silenzio, qui dove si è tanto urlato e bestemmiato, è più profondo, più intenso.
La notte è carica di echi che si sentono proprio quando più alto è il silenzio.
Risenti persino il graffiare delle penne su fogli intrisi d’amore e di nostalgia, ultimi messaggi scritti nelle vigilie e diretti verso povere case di valli sperdute d’Italia, o del Tirolo o della Stiria.
Parole scritte con errori teneri, i baci e gli abbracci con le doppie sbagliate, parole in dialetto o nelle tante lingue degli Alpini e degli Alpenjäger.
Anche echi di canti, come ninne-nanne a se stessi: “La sul monte c’è un cimitero/ cimitero di noi soldà/ ta-pim, ta-pim, ta-puum!...”.
Fino all’alba.
Poi: “Avanti! All’assalto! Savoia!”, “Für Kaiser und König!”.
Quanti castelli di carta!
Haffner
11:04
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15/01/2012
FORCELLA LAVINAL DELL'ORSO
11:27
Scritto da: haffner@v
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