02/05/2012
LONTANO - VICINO
Il buio ci aveva raggiunti all’inizio del grande anfiteatro dominato dalla severa parete nord del Mangart, ai piedi della quale era posto il rifugio.
Camminavamo in silenzio, aprendo lentamente la nostra traccia nella neve profonda e polverosa: una neve leggera, impalpabile, asciutta come sabbia.
Varcando la porta del rifugio ci lasciammo alle spalle un paesaggio tetro e spettrale, reso ancora più freddo dalla luce biancastra della luna.
E noi, al sicuro nel comodo e accogliente rifugio, ci demmo da fare per rendere il nostro soggiorno ancora più confortevole: chi spaccava la legna e ne segava i pezzi per la stufa, chi scioglieva la neve sul fornello a gas, chi ancora liberava la stufa dalla cenere.
La gran parte degli uomini che vivono nelle grandi e piccole città ha perso il gusto sano delle cose semplici: spaccare la legna, accendere un fuoco in un rifugio in una notte d’inverno, starsene accanto a fantasticare.
Eravamo seduti attorno al tavolo e assaporavamo la meravigliosa sensazione di calore e sicurezza che danno questi istanti.
Davanti alla luce un po’ fioca di due candele non v’era nulla di meglio che gustare lentamente un caldo minestrone fumante.
Allora qualcuno di noi introdusse un discorso molto interessante, chiedendosi che razza di uomini dovevamo essere se ancora avevamo il gusto di queste cose, se amavamo isolarci nella grande solitudine della montagna invernale, se ci attiravano il freddo, il silenzio, la neve.
Certo, amavamo la natura in tutte le sue espressioni, ma esaminandoci a fondo non eravamo un po’ misantropi? Non c’era in noi una buona dose di disadattamento sociale?
Davanti alla luce della piccola candela fu più facile parlare di noi stessi.
Per due ore ciascuno mise a nudo la propria anima, i pregi e i difetti, le aspirazioni, i progetti e le frustrazioni, in un’intima comunione e comprensione che non ha riscontro nei miei ricordi.
La luna illuminava le montagne attorno e la luce penetrava dalle fessure alle finestre.
La stufa lentamente si spegneva; aggiungemmo un bel ceppo e andammo a dormire.
L’indomani avremmo attaccato la parete nord del Mangart, c’era molta neve e forse saremmo stati respinti al primo tiro.
Oggi sto salendo da solo al rifugio sotto il Mangart, non c’è molta neve e attorno al camino forse rincorrerò i fantasmi.
Natale non arrampica più.
Dieci anni fa, stringendomi i polsi come avessimo raggiunto una vetta, si liberò di un peso che forse gli pesava troppo.
- “haffner - disse mestamente - non me la sento più di arrampicare. Sono quindici anni che scaliamo montagne, non sono più un ragazzo e poi…lo sai…vorrei sposarmi”-.
Non occorsero tante parole, compresi il suo travaglio e stringendo ancora più forte quelle mani generose lo scrutai negli occhi abbozzando un segno di assenso.
Entrambi eravamo ben coscienti che stavamo per recidere quel cordone ombelicale che aveva alimentato la comune passione, le gioie e i momenti di forte trepidazione, la nostra stessa vita nel mondo verticale.
Ma l’amicizia sarebbe rimasta ben viva.
Chi ha lottato per se e il compagno, chi ha bivaccato appeso ai chiodi notti interminabili aspettando l’alba, condiviso il cibo, acceso un fuoco con rami di mugo per sopravvivere, rimane per sempre nel cuore dell’altro.
Claudio ha smesso con le salite dure.
Fa la guida alpina e “porta”i clienti su vie di primo e secondo grado, o su tracciati misti che un tempo spavaldamente (o stupidamente) ci facevano sorridere.
Quando mi incontra entriamo nella solita osteria per un bicchiere di rosso.
Seduti l’uno di fronte all’altro vedo i suoi occhi luccicare…
La domanda è sempre la stessa:
- “E tu, haffner, non sei ancora stanco di salire?”-
Anche la risposta è sempre la stessa:
- “Non mollo amico. Fino a quando queste mani sapranno stringere un appiglio grande quanto una moneta da un euro non smetterò, una traccia di ciò che è stato deve pur rimanere!”-.
Lo osservo, mentre ingoia il “quartino”; è appesantito di almeno venti chili e chissà se la gente che ogni tanto lo deride si ricorda che quest’uomo dalla faccia buona, con la pelata in testa che mette allegria, è salito su due ottomila della terra.
Nomi strani, che interessano pochi: Nanga Parbat e Manaslu…roba da niente!
Roberto, l’anima del gruppo, colui che più di ogni altro ha inciso sulla mia formazione alpinistica, un giorno ha deciso di lasciare tutto ciò che non amava.
Ora vola nel vento, e io lo ritrovo mentre salgo in ogni parete e su ogni vetta che la sorte mi concede di raggiungere.
haffner
17:40 Scritto da: haffner@v in avventura, Montagna, ricordi, Riflessioni, Sapere e Libri, Vita | Link permanente | Commenti (17) | Segnala | OKNOtizie |
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08/04/2012
TRA CIELO E ABISSO 3
Il sole sale, il vallone si fa luminoso, le creste s’infiammano.
E proprio su, sulla cinta del Castello di Riobianco, altissimi e superbi contro il cielo acceso ti salutano altri tre camosci.
I due piccoli corni spiano la direzione del loro sguardo.
Al varco della Forcella del Vallone tutte le Giulie orientali ti sono davanti: uno scenario che ti lascia muto, e intorno a te i segni della grande guerra.
Su brevi aerei spiazzi d’erba setolosa, usa al vento ed alla neve, ti salutano piccolissime stelle alpine, meravigliose proprio nel loro trovarsi lì ad esser parte da non dimenticare della musica della montagna.
Un altro branco di camosci pascola poco più in là, tra macchie d’erbe e cimette bianche.
E così fanno almeno quaranta quelli che hanno salutato i salitori della forcella questa mattina.
Il sentiero zigzaga in cresta tra le Cime Piccole di Riobianco; brevi passaggi verticali ti restituiscono fremiti di gioventù, gioie delle prime arrampicate, quando cercavi quassù armonie di spazi che narrano l’eternità ed il mistero.
Pensieri spingono pensieri, il cuore si riempie della bellezza che tripudia intorno.
Il tempo non ha più senso qui, ed i passi sono d’uomo e di camoscio; e la lauda sale nel silenzio come nelle bibliche lontananze quando il canto era quotidiano, uomo e natura, miracolo e stupore.
haffner
11:20 Scritto da: haffner@v in avventura, Montagna, ricordi, Riflessioni, Sapere e Libri, Vita | Link permanente | Commenti (20) | Segnala | OKNOtizie |
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22/03/2012
TRA CIELO E ABISSO 2
Alto, sotto gli speroni della Cima del Vallone, un altro gruppo di camosci s’è fermato e ti guarda.
Sono dodici.
Sono vicini, ma così in alto sulle rocce che sembrano sapere la loro imprendibilità nei tanti nascondigli delle increspature rocciose.
Ma non attendono molto.
Parte di nuovo il fischio ed è come il suono di un corno di guerra.
Sono tutti in fila su una cornice che sale: guizzano come baleni tra cenge e rughe esposte e stretti camini, i piccoli dietro con incredibile equilibrio.
Il pianoforte cessa d’improvviso, la pietraia si fa muta.
Torri e pinnacoli si distendono come canne di un immenso organo, in attesa, canne basse e alte, orlature accese dal sole che è di là.
Ombre grigie contro il cielo: un grande anfiteatro.
La gobba dello JÔf, l’Innominata, la cresta di Rifreddo, le gradinate bianche della Cima del Vallone.
Julius Kugy incontrava certamente qui Johannes Sebastian Bach.
E anche tu lo riascolti guardando in alto nella gioia delle sculture, negli arpeggi del vento che già si fa sentire dalla gola.
haffner
14:03 Scritto da: haffner@v in avventura, Montagna, ricordi, Riflessioni, Sapere e Libri, Vita | Link permanente | Commenti (16) | Segnala | OKNOtizie |
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